"Mutua comprensione" tra integralismi?
- Radicali Roma

- 13 mar 2006
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L’aspirazione all’universalità del cattolicesimo – che è fin dal suo nome () – è sempre stata frustrata dall’esistenza di quelle che la dichiarazione conciliare riassume in “religioni non-cristiane”. La dichiarazione è del 28 ottobre 1965 e ha sempre provocato più di un mal di pancia a quanti nella Chiesa di Roma pensano che quella aspirazione sia essenziale, pena la sconfitta della verità e il trionfo delle opinioni. Anche se non dottrinarie, ci mancherebbe altro, le concessioni di principio che la fa alle “religioni non-cristiane” sono insopportabili per un cattolico fedele alla Tradizione. All’apparenza, si potrebbe chiudere un occhio: non è una costituzione dogmatica, in fondo. Sì, è pur sempre un atto del magistero, ed è pur sempre infuso di Spirito Santo, almeno dovrebbe. Però, volendo, si può leggerlo per quel che è: una pastorale. Non nega che la religione cattolica sia l’unica vera, prende solo atto che per una convivenza pacifica in questo mondo è necessario trovare un punto d’incontro con le “religioni non-cristiane”. Ma, così, il cattolicesimo non diventa una religione fra le tante? Ansia comprensibile per un difensore della Tradizione. E, soprattutto: dare questo genere di legittimità alle altre religioni – a quella ebraica, per esempio – non implica di fatto un pericolo dottrinario? Per esempio: . Sì, ma tuttora gli Ebrei non riconoscono la divinità di Cristo: in questo modo, lo uccidono ancora e ancora. Come si può conciliare questa dichiarazione col primato del Magistero? E, poi, non è quasi un’eresia che [ccia] e che si arrivi a dire questa decisione implichi un (padre Michel Dubois, , Ed. Librerie Vaticane 2000)? Ne ha dati mal di pancia, questa , al difensore della Tradizione, e si capisce perché – anche per questo, ma non solo per questo – odi tanto il Concilio Vaticano II: perché, pur senza mettere neppure lontanamente in discussione la Tradizione, l’ha esposta a mille insidie, quasi tutte interpretative. E l’ambiguità può essere utile, talvolta, indispensabile perfino; poi, quasi sempre, si ritorce contro l’ambiguo Mai potuto digerire il punto 4 (quello sulla religione ebraica), il difensore della Tradizione corre il rischio di dover inghiottire anche il punto 3, quello sulla religione musulmana. La sortita del cardinal Renato Raffaele Martino sull’ora di Corano a scuola ha fatto sentire ancora l’amaro in bocca. Che dice la sulla religione musulmana? Dice: . Ma soprattutto – ed è quello che fa l’ambiguità su questo punto: ; bene, la . E’ un gran bel problema: sul piano teologico parrebbero esservi meno problemi che con la religione ebraica, ma su quello storico i nervi scoperti sono mille – per non parlare dell’attualità politica dall’11 settembre 2001 in qua. Che fare? Neanche da un mese assiso sul Soglio Pontificio, Benedetto XVI in Sala Clementina dice: . E’ il successore di quel Giovanni Paolo II che levò la pantofola, entrò in moschea e baciò il Corano – pare non voglia cambiar politica, pare voler dare gli stessi dispiaceri che il suo predecessore diede ai reduci di Lepanto.Sulla proposta dell’ora di Corano a scuola si è parlato molto. La reazione è stata, in gran prevalenza, contraria, vivacemente contraria, e perfino dalla Curia si sono levate due o tre voci che si sono affrettate a chiarire che le dichiarazioni del cardinal Martino erano state fatte a titolo personale. Pressoché unanime il no del mondo laico, con qualche significativa fermezza proprio da quella parte che tanto spesso è appiattita sulle posizioni della Santa Sede e che dunque è laica solo nel mero senso che non è chierica. Significativi gli imbarazzi di Marcello Pera, amico personale del Pontefice, e di Paola Binetti, una solerte numeraria dell’Opus Dei, mentre i toni di uno scrittore cattolico come Vittorio Messori, da sempre di casa nelle Sacre Stanze, sono stati più duri di quelli del più duro anticlericale di stampo ottocentesco: ”. E’ molto probabile, però, che, se non proprio sull’ora di Corano a scuola, costoro dovranno inghiottire amaro ancora una volta sulla politica che la Santa Sede ha deciso verso l’Islam. Costoro saranno sempre più costretti a capire quello che si ostinano a non voler capire: il mondo musulmano e quello cristiano è percorso da correnti ostili alla modernità che cercano un’alleanza, tentando di rimuovere la discordia posta tra i due fronti da secoli di passato che hanno offerto più d’uno spunto a farsi metafora del presente. Le distanze sono enormi sul piano antropologico, culturale e politico – enormi, ovviamente, sul piano teologico – ma una saldatura sul piano di un’alleanza contro la modernità (il pluralismo culturale, il relativismo etico, la liberaldemocrazia, il progresso scientifico, l’autodeterminazione dell’individuo, ecc.) è possibile: presentita come indispensabile da chi aborra, di qua e di là, il secolarismo, e vorrebbe che la trascendenza innervasse ancora il tessuto di una società nei suoi stipiti tradizionali, quest’alleanza come felicemente ha detto più d’uno “passerebbe sulla nostra testa”, sulla testa di chi crede che non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza l’espulsione dal consess o umano del principio autoritativo d’ogni verità rivelata e imposta. Ci sono segni, oggi, che indichino, ben oltre la strizzatina d’occhio fatta dal cardinal Martino alle comunità islamiche in Italia, che questa alleanza è possibile e ricercata d’ambo i lati? Parrebbe di sì. Molte voci dell’integralismo islamico hanno più volte affermato che il loro nemico in Occidente non è la Chiesa, anzi, ma è proprio tutto quanto la Chiesa indica come nemico. Nemico comune, dunque: la libertà dell’individuo. Cristianesimo e Islam concepiscono l’individuo solo in quanto parte integrata di un tutto, gregge o , ben ordinato negli stipiti di controllo (famiglia, e poi tribù o diocesi). Sull’altro versante, gli sforzi di dialogo interconfessionale durante il pontificato di Giovanni Paolo II sono stati enormi. In apparenza, per evitare lo scontro di civiltà. Ma poi nemmeno tanto nascostamente sostenuti nel tentativo di una comune azione contro ciò che è definito “nichilismo” in più di un’enciclica e in molti passi dei pensatori che all’inizio del Novecento ispirarono la nascita dei movimenti di integralismo islamico. Il “nichilismo” per un cattolico tradizionalista e per un wahabita-salafita è la mancanza di un valore assoluto cui tutti debbano piegarsi; la differenza la fa il fatto che nel Califfato, se non si crede, si perde la testa dal collo, mentre la Chiesa, che ha sei secoli di raffinatezza in più rispetto all’Islam, concede che, se non si crede, si possa far finta, come se quel valore assoluto . Dello slogan dovremo fare il titolo di un programma laico di resistenza alle nostalgie di un Medio Evo prossimo venturo? E, se sì, su quale fronte troveremo quei sedicenti liberali che per una miglior difesa dall’invasione del Gran Turco ci consigliavano di rifugiarci nelle braccia di Santa Romana Chiesa?


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