Da Il Sole 24 Ore del 20 Aprile 2009
- Radicali Roma

- 20 apr 2009
- Tempo di lettura: 7 min
Sui siti dei sindaci più politica che trasparenza
Il «salary» del primo cittadino di Londra si trova con un paio di clic, da noi spazio a foto e curricula
Di Francesca Barbiero
Casomai le venisse la curiosità di scoprire quanto guadagna il suo sindaco, Elizabeth Zyms, fiorista a Fulham, quartiere della borghesia londinese, impiegherebbe solo pochi minuti. Giusto il tempo di accendere il computer, entrare nella pagina del major of London (www.london.Gov.uk/mayor) scorrere rapidamente foto e biografia di Boris Johnson, biondissimo ed eccentrico primo cittadino (antenati turchi, tedeschi e francesi, scuole a Eton e Oxford, giornalista e scrittore di libri sull’Antica Roma, ciclista e pittore per hobby) per poi imbattersi sulla destra in bella evidenza nel link Budget and corporate plan. Un altro clic ed ecco comparire il Salary of the major (143.491 sterline) quello dei suoi vice e del presidente dell’assemblea.
Supponiamo che la fiorista decidesse, a questo punto, di avere informazioni analoghe sul Comune italiano gemellato con Fulham, il borgo medioevale di Montefiore Conca, o sulla provincia di cui fa parte, Rimini, o sulla sua Regione, Emilia Romagna. Nel sito di Montefiore Conca (www.comune.montefiore-conca.rn.it) compaiono la foto e una scarna biografia del primo cittadino, Filippo Berselli, ma di budget, compensi e bilancio nessun accenno. In quello della Regione (www.regione. emilia-romagna. it) cliccando sul link «Presidente» si finisce direttamente nel sito di Vasco Errani (www.presidenterrani.it): pochi accenni alla vita privata, un corposo curriculum politico, svariate foto e – a disposizione dei navigatori – i 21 discorsi pubblici dal 2003 a oggi. Il salary, la retribuzione di Errani e dei suoi collaboratori non sono accessibili dal sito.
Nulla di illegale, sia ben chiaro. Non c’è norma che imponga a sindaci o governatori di rendere pubblica su internet la propria indennità. Eppure, il confronto con il caso inglese qualche cosa ci dice. Perché i siti istituzionali italiani, più che strumenti di una polis digitale, mezzi al servizio di una cittadinanza più partecipativa e più vigile, appaiono un groviglio di propaganda politica, di aree tematiche pletoriche, di documenti e informazioni “tecniche” in cui ci si perde più che nel labirinto di Cnosso.
Con un’aggravante. La trasparenza non si vede (scusate il gioco di parole) neppure quando è la legge a stabilire che alcuni documenti devono essere pubblicati online, come nel caso degli elenchi di incarichi e consulenze esterne oppure di quelli degli amministratori delle società partecipate. Spesso di questi dati su internet non c’è traccia. E anche quando ci sono, sono “nascosti” così bene da renderne l’accesso pressoché impossibile. Non ci credete? Provate a cercarli.
Ha sicuramente ragione il ministro Renato Brunetta, che da domani manda in libreria un volume dal titolo inequivocabile, «La rivoluzione in corso»: le crepe nell’impalcatura kafkiana costruita da migliaia di cavilli, codicilli, commi, impilati e ammucchiati in decenni di Testi unici e Gazzette Ufficiali sono ormai evidenti. Le picconate del ministro per la Pubblica amministrazione al linguaggio e alle procedure dell’apparatnik hanno acceso un poterite cono di luce digitale sui compensi degli amministratori pubblici, ora disponibili sul sito del dicastero (www.innovazionepa.gov.it/ministro/trasparenza/incarichi_2009/Incarichi_c onsulenti.htm).
Ma allora perché, per citare un po’ di esempi, è ancora così impervio e defatigante recuperare dal sito del Comune di Milano o da quello di Cremona o da quello di Vicenza la lista delle retribuzioni degli amministratori di società controllate dall’ente? La trasparenza infatti, se in alcuni casi è solo una buona pratica, in altri è addirittura un obbligo. E invece la burocrazia ha scaricato la sua complessità nella rete e la democrazia digitale affanna sotto il peso delle tonnellate di informazioni accessibili. Dagli archivi cartacei, il cittadino è piombato per via telematica in un pozzo senza fondo di informazioni spesso marginali se non inutili.
Da un’indagine condotta nel 2008 dalla Uil, emerge che sui 104Comuni capoluogo soltanto il 69% ha messo sul sito il bilancio di previsione. Per quanto riguarda la pubblicazione del bilancio, ha interessato solo 72 Comuni e, di questi, solo 24, pari al 23% del campione, lo ha inserito nella homepage. Sono invece 48 (il 46% del totale) i Comuni che lo hanno posizionato in una pagina interna al sito.
Secondo l’indagine, i siti web ufficiali in cui è risultato più difficile consultare il bilancio sono quelli del Comune di Ancona, Avellino, Bari e Cagliari, dove il percorso di navigazione è risultato troppo lungo e complesso (più di sei click per aprire il documento). Va detto che la pubblicazione del bilancio su internet non è obbligatoria, così come non c’è nessuna prescrizione riguardo ai compensi di sindaci e assessori, ma in molte democrazie straniere è una prassi consolidata. Anche in Italia l’idea di un’anagrafe degli eletti, sotto una spinta propulsiva bipartisan che abbraccia dai radicali alla Lega, si è ora compiuta in un disegno di legge del Pd (primo firmatario il senatore Pietro Ichino) in cui si propone di rendere pubblici i redditi, i patrimoni e le situazioni finanziarie di tutti coloro che hanno incarichi pubblici.
Tornando alla trasparenza dei siti locali, la situazione cambia se si cerca l’elenco degli incarichi e delle consulenze esterne e l’elenco degli amministratori delle società partecipate, che sono due adempimenti obbligatori per legge. La Finanziaria 2007 ha infatti prescritto la pubblicazione sul sito. E in effetti gli elenchi sono presenti rispettivamente nel 71% e nel 74% dei Comuni.
Situazione più trasparente nei siti delle Regioni: tutte hanno pubblicato sia il bilancio sia l’elenco degli incarichi e delle consulenze esterne, anche se non sempre l’accesso è agevole. Ma, anche quando il bilancio è accessibile in pochi click, magari direttamente dalla homepage, la comprensione muore annegata nelle centinaia di pagine del rendiconto.
Tra le Province, a dare il buon esempio è senza dubbio Como, dove il presidente Leonardo Carioni è un promotore dell’anagrafe degli eletti. Nel sito della provincia, entrando nel portale in due click si arriva agevolmente al bilancio e agli elenchi.
Ancora qualche buona pratica: Torino, Bologna e Reggio Calabria hanno tra le aree tematiche della homepage i compensi e le consulenze dove con relativa facilità si accede agli elenchi. A Roma, Napoli e Salerno, infine, non siamo stati in grado di accedere dal sito agli elenchi (è stato necessario utilizzare il motore di ricerca). Chissà se, per scoprire queste informazioni, sia necessaria la dimestichezza e l’abilità di un hacker.
I conti oscuri dei Comuni
Bilanci insufficienti in trasparenza per l’80% dei grandi capoluoghi
Di Gianni Trovati
In base a che cosa decideranno il loro voto a giugno i cittadini di Bari, Potenza, Campobasso o Bologna? Sicuramente i circa 17 milioni di italiani chiamati alle urne per il prossimo turno amministrativo non saranno guidati nella loro scelta dai risultati economici delle amministrazioni uscenti, fotografati nei bilanci dei Comuni. Perché i conti dei sindaci non li legge nessuno, e il motivo è chiaro quando si scorrono le lunghe file di tabelle incomprensibili ai più con cui molti enti locali risolvono la pratica del bilancio.
Qualcosa, in realtà, si muove. Lo dice la Fondazione Civicum, che per il secondo anno consecutivo ha misurato, con l’aiuto delle bigfour della revisione contabile, la «chiarezza e trasparenza dei bilanci» comunali (in questo caso sono i consuntivi 2007) e ha notato qualche progresso rispetto a 12mesi fa. Quasi la metà dei grandi Comuni italiani ha migliorato il proprio voto, a partire da Ancona e Genova, che sono stati protagonisti dei balzi in avanti più significativi. Ma ancora oggi solo un Comune su cinque raggiunge la sufficienza e la situazione peggiora se si allarga l’indagine agli enti più piccoli.
Per capire l’importanza del problema, è bene partire da un principio. «Trasparenza significa anche onestà, responsabilità e merito-osserva Federico Sassoli de Bianchi, presidente di Civicum -, mentre l’opacità della nostra amministrazione spiega la sfiducia dei cittadini».
Una battaglia economica ed etica, insomma, che ha spinto Civicum a mettere di nuovo al lavoro Ernst &Young, PricewaterhouseCoopers, Kpmg e Deloitte sui conti locali. In un panorama italiano tutt’altro che eccitante. Come l’anno scorso, Trento spicca nella classifica della trasparenza e ottiene il primato grazie alla relazione costante fra obiettivi e risultati, alla presenza di grafici chiarificatori e riassuntivi e all’analisi degli scostamenti fra budget e consuntivi. Tutti elementi cruciali per trasformare una sfilza di numeri a rischio anonimato in un termometro dell’efficacia dell’azione amministrativa.
Anche Trento, come quasi tutti gli altri enti indagati, cede però nell’analisi della struttura del Comune, che dovrebbe indicare i confini fra responsabilità politiche e amministrative e i sistemi di controllo interno.
Solo il Comune di Torino accenna alle attività svolte dalla direzione dell’internal audit, peraltro senza entrare nei dettagli, ma nei documenti degli altri Comuni ogni ricerca in merito risulta vana. Anche perché spesso c’è poco da raccontare, dato che il controllo di gestione e le verifiche reali su obiettivi e risultati sono fra i grandi incompiuti nella pubblica amministrazione locale.
È proprio questa incompiutezza a spiegare le valutazioni di manica larga che quasi sempre le amministrazioni riservano a se stesse. Nel 2007 il 75% dei dirigenti nei capoluoghi italiani ha ottenuto dai nuclei interni di valutazione il voto più alto, e quindi la quota massima di indennità di risultato. Il fatto che il giudizio nasca spesso da descrizioni solo formali dell’attività, senza verifiche quantitative sui risultati, e si appoggi spesso su interviste rivolte direttamente agli interessati contribuisce a spiegare la generosità delle pagelle. Che non è limitata ai vertici degli enti, visto che tra 2005 e 2007 praticamente tutti i 550 mila dipendenti di Regioni ed enti locali hanno ricevuto «progressioni» verticali (con passaggio di grado) oppure orizzontali (con incremento solo dello stipendio).
In un quadro come questo, standard normali in molti Paesi europei da noi diventano eccellenze. Ed è normale, visto il risultato raggiunto dalla maggioranza dei Comuni. Più di metà delle 27 città coinvolte nell’indagine non fa riferimento a principi contabili formalizzati, e il 40% non pubblica nemmeno i propri conti su internet (ma anche qui qualcosa si muove: l’anno scorso erano il 70%).
Anche a fondo classifica, comunque, non bisogna generalizzare. Bari ha appena pubblicato il suo primo bilancio sociale (che riclassifica la spesa valutandone l’impatto sul welfare) e quello di genere. Ma in qualche caso la stessa approvazione dei conti diventa un problema, a prescindere dal contenuto. Reggio Calabria e Messina non l’hanno fatto in tempi utili per partecipare all’indagine, mentre a Catania il rebus è ancora aperto, anche se la scadenza del 31 marzo 2008 è passata da un pezzo. Fino alla fine del febbraio 2008, del resto, il Comune era stato impegnato a chiudere i conti di due anni prima.


Commenti