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Politica partecipativa indispensabile premessa per una futura partecipazione politica

  • Immagine del redattore: Radicali Roma
    Radicali Roma
  • 23 dic 2008
  • Tempo di lettura: 3 min

di Demetrio Bacaro *.

Nel momento storico attuale in cui ci troviamo a vivere nelle democrazie occidentali, quello posto alla fine e nel dopo delle grandi ideologie di massa (e massificanti oltre che identitarie e settarie), acquisisce grande rilevanza la partecipazione civica verso le politiche, soprattutto locali, di interesse generale per  l’autogoverno e forse principalmente sulle problematiche di policy della collettività: le scelte ambientali inerenti lo sfruttamento delle risorse e del territorio, la nocività degli eventuali nuovi infrastrutture, lo smaltimento dei rifiuti, la sicurezza, l’utilizzo degli introiti da imposte locali, i trasporti.

Ecco allora l’affermarsi di strumenti di democrazia propositiva o deliberativa diretta, come il bilancio partecipato comunale, il diritto di udienza ed interpellanza diretta e tutte  le sfaccettature della democrazia partecipata. Su questi ultimi è in corso un processo di valorizzazione e riscoperta, che tende a saper porre in atto quelle modalità (petizioni, delibere popolari, referendum propositivi locali), che, seppur previste da molti anni negli statuti e nei regolamenti di molti enti locali, rimanevano lettera morta, data la tendenza dei partiti, in questi anni, ad esplicare azione politico-amministrativa locale quasi esclusivamente attraverso atti istituzionali. Per meglio dire, da circa un quindicennio, qui in Italia le politiche locali si attuano mediante deliberazioni degli organi di governo (sindaci, governatori, giunte) con i consigli assembleari di vario livello, siano essi municipali comunali provinciali o regionali, svuotati da ogni capacità di proposizione e sintesi o deliberativa.

Del resto il cosiddetto principio dell’alternanza, fin qui mai esplicatosi in un’alternativa contrapposta all’esistente, ha fatto sì che le classi dirigenti locali delle diverse opposizioni succedutesi, non accedessero agli strumenti sopra citati, perchè certe che nel giro di valzer appunto dell’alternanza sarebbe presto o tardi toccato a loro entrare nei “santuari politici” delle stanze decisionali e ritenevano (e ritengono) che fosse e sia inopportuno ricorrere a mezzi di consultazione di massa, che si sarebbero potuti rilevare forieri di una partecipazione allargata in fondo non gradita. Così come l’esempio delle primarie dell’ulivo prima e del PD poi hanno dimostrato nei numeri, ma soprattutto nella sostanziale manovrabilità delle stesse.

Niente di strano, quindi, che a riscoprire questi preziosi strumenti, fra i meandri del TUEL (Testo Unico per gli Enti Locali) e dei diversi statuti locali, siano stati i radicali, perché storicamente estranei al consociativismo e alla logica spartitoria. L’utilizzo a Roma (non solo) del grimaldello delle proposte di Delibera ad iniziativa popolare, delle interrogazioni al Sindaco o agli Assessori, ha agitato non poco le stagnanti acque della spartizione; anche temi a sensibilità trasversale, come le unioni civili, hanno saputo trovare quasi compatta la classe politica nell’opporsi alle sitanze di laicità che venivano dai numerosi cittadini firmatari. Ma la vera partita dell’innovazione e dell’assalto al bunker dei partiti si sta svolgendo in questi mesi con la iniziativa nazionale sull’Anagrafe Pubblica degli Eletti e dei nominati.

L’identificazione di questo strumento, il sempre crescente consenso riscontrato nell’opinione pubblica ormai di tutta Italia, il suo sapersi incardinare come battaglia di trasparenza reale, sta portando i partiti ad accorgersi della necessità o di provi rimedio denigrando, o di adeguarsi al consenso crescente scavalcandolo, facendo propria l’iniziativa con delibere una volta di più di giunta o consiliari, nel tentativo di neutralizzarla.

L’opportunità del poter conoscere il “chi è chi” degli amministratori, di poter ricostruire con tracciabilità precisa il loro curriculum politico, di sapere cosa e come votano, costituirà, quando effettivamente attivata per tutti i cittadini, la vera rivoluzione copernicana post moderna, coniugando partecipazione e politica.

Perché il conoscere, oltre che necessario per saper consapevolmente deliberare, porterà riflessioni e nuove istanze nei vari ordini associativi, spingendo di nuovo alla partecipazione attiva il singolo, magari perché no nei partiti, spingendolo fuori dalla nicchia del disincanto e della protesta sterile, pilotata magari dai demagoghi di turno.

Così allora si vedrà realizzato felicemente un disegno di partecipazione politica, ch e sarà stato generato da esperienze di politica partecipativa.

NOTE

* Segretario di Radicali Roma

 
 
 

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