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TAXI CON TANGENTE

  • Immagine del redattore: Radicali Roma
    Radicali Roma
  • 11 nov 2008
  • Tempo di lettura: 8 min

Tangenti e ricatti per avere le licenze dei taxi a Roma. E truccare uno dei pochi tentativi di liberalizzazione avviati in Italia. È un’ac­cusa inedita, sostenuta da un gruppo di beneficiari delle 1.700 nuove licenze assegnate dal Comune di Ro­ma dopo lunghe e tormentate trattative tra l’ex giunta Veltroni e una parte delle orga­nizzazioni di categoria. Quel principio di li­beralizzazione del mercato dei trasporti nella capitale (avviato con due bandi pubblicati nell’agosto 2005 e destinato a com­pletarsi nel giugno 2009 con le ultime 250 licenze) era diventato uno spartiacque tra destra e sinistra nell’ultima campagna elet­torale, in un crescendo di polemiche politi­che, lotte sindacali, sospetti e veleni spesso incomprensibili ai non addetti ai lavori. E ora “L’espresso” ha raccolto una serie di testimonianze su presunti pagamenti in ne­ro collegati alle nuove licenze. Accuse ri­volte dall’interno di una categoria che mai come oggi si sente precipitata nella consi­derazione sociale, con una maggioranza si­lenziosa di tassisti romani che si dichiara­no «stanchi di dover lavorare tra abusi e il­legalità». Incollati al volante da otto a 12 ore al giorno tra smog e ingorghi, s’infuria­no nel sentirsi paragonare a una casta cor­porativa di privilegiati. E si autoritraggo­no invece come una categoria in crisi, stret­ta tra mala amministrazione, sindacati ne­ri e bande delinquenziali.

In questo clima, 14 tassisti romani, senti­ti separatamente e all’insaputa l’uno del­l’altro, hanno raccontato a “L’espresso” come e quando sarebbe stata truccata la li­beralizzazione delle licenze romane. Pur ignorando le dichiarazioni dei colleghi, tutti hanno descritto un identica sistema corruttivo, con dettagli e personaggi coincidenti. Per ora nessuno ha denunciato i fatti alla magistratura: qualcuno ci sta pensando, ma è bloccato dalla paura di su­bire vendette e dal timore di ritrovarsi a sua volta indagato. Tutti i tassisti hanno accettato di parlare solo a condizione di non essere in alcun modo identificabili. Quattro delle loro te­stimonianze sono state registrate da “L’espresso”.

Un tassista romano di circa 40 anni, che chiameremo Alfa, ha inciso questa con­fessione. «Nel 2005 ero rimasto disoccu­pato e avevo grossi problemi di famiglia: gravi malattie e altro. Volevo un lavoro a tutti i costi e ho subito risposto al bando del Comune per i taxi. Per avere la licen­za ho dovuto pagare una tangente di 20 mila euro al presidente della mia coope­rativa di lavoro. La mia convivente aveva preparato un assegno, ma lui ha voluto i contanti, per non lasciare tracce».

Con quella tangente Alfa si è trovato strozzato da un accordo-capestro: «Il presidente mi aveva chiesto 40 mila eu­ro, che io non avevo, per cui sono rima­sto in debito di 20 mila.Questa parte del­la tangente è diventata un prestiti a usu­ra. Per garantirsi il pagamento, il presi­dente si è fatto firmare dalla mia convi­vente degli assegni per cifre sempre più alte, che comprendevano 15 mila euro al mese di interessi. In tre mesi il nostro de­bito è salito a 65 mila euro. Il presidente e un personaggio molto abile: non si pre­senta come un ricattatore, ma come un amico che offre favori. In realtà sapeva, anzi vedeva che la mia convivente era inultomalata e approfittava della nostra condizione di debolezza. L’ultima richie­sta di pagare me l’ha fatta 15 giorni fa, ri­cordandomi che ha ancora i nostri asse­gni in cassaforte».

Davanti ai taccuini Alfa aveva fatto il no­me del presidente e identificato la coope­rativa, ma nel video ha preferito non ripe­terli, per non rendersi riconoscibile.Ma perché ha paura? «Il mio presidente ha fa­ma di essere legato a una potente famiglia di malavitosi». Si tratta di uno dei più fa­mosi clan criminali della capitale. Dopo aver registrato la confessione di Alfa, “L’espresso” ha verificato che un magistra­to della Procura di Roma sta indagando da mesi, con una squadra di polizia giudizia­ria dei vigili urbani, su casi diversi, ma del tutto analoghi: presunti traffici di licenze gestite da cooperative di lavoro con meto­di intimidatori ai limiti dell’estorsione. L’inchiesta, ancora segreta, ha già portato al sequestro di un centinaio di autorizzazio­ni per gli autisti a noleggio (in gergo Necc): una categoria di conducenti privati che è confinante con quella dei tassisti.

Altri due titolari delle nuove licenze roma­ne hanno confessato a “L’espresso”, all’ini­zio con grande imbarazzo, di aver dovuto pagare personalmente una tangente. Il tas­sista Beta ha circa 45 anni. Parla senza in­flessioni dialettali e dimostra un buon livel­lo culturale. Ha rifiutato di farsi riprende­re, ma il suo racconta è il più particolareg­giato: «Per avere la licenza ho dovuto iscri­vermi a una cooperativa di lavoro e versa­re 40 mila euro in nero al responsabile. Ho partecipato al primo bando del Comune di Roma, quello per le 300 licenze iniziali, destinate ai cosiddetti sostituti: colleghi che già lavorano al posto dei titolari, ad esempio in caso di malattia o invalidità. Mi sentivo sicuro, perché avevo accumulato quasi cinque anni di sostituzioni. Infatti, quando il Comune ha pubblicato la gra­duatoria, ero tra i primi classificati. Ma poi ho visto che i punteggi continuavano a cambiare. E a ogni modifica della gradua­toria, il mio nome finiva sempre più in bas­so. Non riuscivo a crederci, mi sentivo pre­so in giro. Temevo di poter perdere da un giorno all’altro una licenza che sembrava già mia. Ero disperato. Avrei fatto di tutto per non restare disoccupato».

Il portale del Comune di Roma documen­ta che, in effetti, quella graduatoria ha su­bito ben 27 modifiche tra il 2006 e il 2008, per i motivi più vari, tra cui due «anomalie del sistema informatico» che ai tassisti so­no sembrate assai sospette. Il Comune si è sempre difeso spiegando che è tutto regola­re: a cambiare le classifiche erano i control­li legali sull’effettivo possesso dei requisiti (dal titolo di studio all’anzianità di servizio) che i tassisti avevano «autocertificato». Al­fa, Beta e i loro colleghi non sanno tuttora spiegarsi perché i burocrati romani abbiano scelto la strada dell’autocer­tificazione: «Non potevano fare i con­trolli prima: E come mai molti colleghi sono stati ammessi solo dopo aver fatto ricorso al Tar?». An­che l’altra graduatoria, per le 150 licenze in teoria destinate ai giovani disoccupati, ha subito almeno 12 modifiche. E proprio in quel periodo ad alcuni aspiranti tassisti vengono fatte “proposte indecenti”. Racconta Beta: «Una persona a cui sono molto legato aveva partecipato all’altro bando, quello per i 150 disoccupati. Un giorno mi ha detto che, invece, era entrato nella nostra graduatoria dei 300. Ho con­trollato la classifica: era vero, era salito in modo pazzesco, il suo nome era pochi po­sti sotto il mio, eppure aveva fatto pochis­sime sostituzioni. Gli ho chiesto: ma come hai fatto? Mi ha risposto: “Ho pagato 40 mila euro, non dirlo a nessuno”». A quel punto, dopo un altro paio di salti in gradua­toria,anche Beta pa­ga: 40 mila euro in contatiti, la stessa cifra chiesta ad Alfa.

La cooperativa da lui citata è diversa da quella del collega.Ma a incassare i soldi, se­condo tutti e 14 i tassisti romani, sono sem­pre i dirigenti di alcune delle circa 70-80 cooperative di lavoro nate all’interno della categoria: piccole società a conduzione fa­miliare, che non hanno niente a che vedere con i grandi radiotaxi. I personaggi accusa­ti dai tassisti sono una decina. Spiega Beta: «Molte di queste cooperative fanno un la­voro regolare. Nei mesi del bando, funzio­navano come le agenzie di pratiche auto: ci aiutavano a trovare tutti i documenti chie­sti dal Comune. E per questo incassavano un prezzo giusto: poche centinaia di euro. Il problema è che i capi di alcune coopera­tive gestivano contemporaneamente anche il giro di tangenti».

I 14 tassisti conoscono solo i nomi di presi­denti-intermediari, ma non sanno chi fos­sero i destinatari finali delleloro mazzette. Alfa è convinto che i soldi siano finiti a fun­zionari pubblici, perché è stato testimone di rapporti di familiarità molto sospetti con quella cooperativa: «Ho visto più volte il mio presidente che entrava negli uffici competenti per i taxi comportandosi da padro­ne. Prendeva in mano le pratiche e le gesti­va come se fossero sue». Un altro tassista, che chiameremo Gamma, sostiene che il suo presidente gli avrebbe chiesto una pic­cola mazzetta per corrompere uno specifi­co funzionario: «Mi ha chiesto 500 euro di­cendo che doveva oliare quel dipendente pubblico per ottenere un certificato.Ho pa­gato e il giorno dopo ho avuto il documen­to». L’ipotesi del millantato credito, cioè del truffatore che finge di dover corrompe­re qualcuno, ma in realtà si tiene i soldi, vie­ne accolta da Beta con una risata: «Pensa­te veramente che possa esistere qualcuno che, dopo aver rubato migliaia e migliaia di euro a decine o forse centinaia di tassisti ro­mani, riesce ancora a camminare con le proprie gambe?».

Per dimostrare che la gara per le licenze sa­rebbe stata aggiustata, i 14 tassisti sosten­gono che fra i vincitori comparirebbero presunte cordate di «parenti, amici o co­noscenti» dei presidenti-intermediari;plotoni di «dipendenti comunali, provinciali, regionali» e «altri impie­gati pubblici che non avrebbero po­tuto neppure partecipare»; ultrases­santenni, in qualche caso già pensio­nati, «chehanno subito affittato la li­cenzasenza mai fare il tassista»; e «perfino avvocati».


Tra i primi 450 aggiudicatari delle nuove licenze abbondano i casi di omonimia con dipendenti pubblici e familiari dei titolari di cooperative. E altri due neo-tassisti hanno lo stesso nome, cognome e data di nascita di le­gali iscritti all’ordine degli avvocati di Roma. Nei giorni scorsi, i vigili di Ro­ma hanno scoperto quattro licenze in­testate a dipendenti comunali. In atte­sa dei risultati delle inchieste giudiziarie,i nostri 14 tassisti fanno notare che an­che le ultime 1.250 licenze «sono state as­segnate seguendo esattamente le stesse gra­duatorie delle prime 450».


Oltre a queste stranezze, a spiegare il dilu­vio di proteste e cortei delle auto bianche che bersagliaronola giunta Veltroni è an­che un dato economico: dopo cinque anni di servizio, i tassisti possono vendere la li­cenza, che diventa così una specie di liqui­dazione per chi smette di lavorare. Su que­sto punto Beta è il più preciso: «Prima del­la liberalizzazione, i tassisti a Roma erano 5.800 e ogni licenza valeva tra 180 e 200 mila euro. Con i nuovi permessi il prezzo è crollato da un giorno all’altro di 50-60 mi­la. E nessuno ha spiegato ai romani che la licenza, in pratica, è il nostro Tfr». E le tan­genti cosa c’entrano? «Io mi ero già attrez­zato a pagare 180 mila euro per comprare una licenza con un mutuo. Con la tangen­te ho speso un quarto».


Con l’elezione di Gianni Alemanno il mer­cato dei taxi è tornato a chiudersi e i prezzi sono risaliti: una licenza costa circa 150 mi­la euro. Sembra paradossale, ma tutti i tassisti che si di­chiarano di destra rimproverano alla giunta Veltroni, prima di tutto, di «non aver rispettato la legge Bersani». Sì, proprio la normativa-base della liberalizzazione (legge 248 del 2006), che autoriz­zava i comuni a bandire concorsi «anche a titolo oneroso». Cioè a vendere le licenze, anziché regalarle, usando una parte del ri­cavato per migliorare i trasporti locali, mentre il grosso dell’incasso («In misura non inferiore all’80 per cento») poteva es­sere «ripartito» tra i tassisti già in servizio. Appunto per compensarli della perdita di valore delle loro licenze-Tfr.


Proprio questa è la strada scelta da un altro comune simbolo della sinistra italiana: il 24 giugno scorso, varando il bando per 41 nuove licenze, la giunta di Bologna ha sta­bilito di metterle in vendita «al valore di eu­ro 150 mila cadauna». A conti fatti se Ro­ma avesse applicato la legge Bersani con lo stesso metro, avrebbe potuto incassare 255 milioni, da dividere tra le casse municipali e i vecchi tassisti. Invece la giunta Veltroni ha preferito assegnare le 1.700 licenze gra­tis. L’assessore alla Mobilità della giunta Cofferati, Maurizio Zamboni, ha spiegato così la diversa scelta di Bologna: «Prima chi risultava vincente si portava a casa una li­cenza che vale tantissimo senza tirare fuori un soldo. Era come vincere alla riffa».


 
 
 

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